Gli impostori #4

5.

Qualche ora dopo Mirta si svegliò distesa su un divanetto grigio, coperta da un plaid blu. Si stropicciò gli occhi. Non era casa sua. Addosso aveva solo gli slip. Il vestito nero ridotto a un gomitolo di stoffa in mezzo a una stanza che non aveva nulla di famigliare, il reggiseno a terra vicino alla mascherina nera. Guardò il suo swatch: 19.11.

Provò ad alzarsi di scatto, la testa le girava, si appoggiò al divano e cominciò a urlare a squarciagola:

“Giorgiooo! Giorgioooo!”

Giorgio spostò la tendina che separava il negozio dalla stanza di servizio sul retro.

“Ah finalmente ti sei svegliata, hai dormito bene?”

“Dove mi hai portato?”

“Dove vuoi che ti abbia portato? Al negozio. Non ti ricordi?”

“Non mi ricordo nulla, l’unica cosa che mi ricordo è quella “bomba” di vino che mi hai offerto da Marione. Che è successo?”

“Come che è successo?”

“Se te lo chiedo, vuol dire che non me lo ricordo!”

“Te sei matta! Mi hai detto che ti girava la testa e che avevi bisogno di distenderti, non ti preoccupare che non è successo niente tra noi…ti sei addormentata sul divano. Io ora se permetti dovrei chiudere il negozio!”

“Sei uno stronzo!”

Giorgio la guardò malissimo, non aggiunse nulla, scuotendo la testa, tornò dietro il bancone in attesa che Mirta uscisse dal retrobottega.

Mirta raccolse il vestito a terra, si rivestì in tutta fretta, afferrò la mascherina e se ne andò senza nemmeno guardarlo in faccia, sbattendo la porta.

Uscita dal negozio, sentì brividi in tutto il corpo, aveva freddo e una forte nausea. Fortunatamente abitava a pochi metri dal Clickò. Salì nel piccolo appartamento che condivideva con la sua compagna di studi Anna, si ricordò che per quel fine settimana era andata in Abbruzzo a trovare i suoi, sarebbe stata sola.

Si sentì sollevata dal non dover dare spiegazioni a nessuno. Non ne aveva per sé, figurarsi per la sua compagna di stanza che era un’impicciona.

Appena rientrata, andò direttamente in bagno. Si guardò allo specchio, aveva le occhiaie nere, il trucco sfatto, si pettinò e cominciò a piangere a dirotto. Aprì il rubinetto dell’acqua calda e si mise a mollo nella vasca da bagno.

Alle 20.30 al binario 8, Giorgio Innocenti stava aspettando il treno delle 20.41 che lo avrebbe portato a Parma alle 22.31.

Mandò un whatsapp veloce alla moglie per rassicurarla che sarebbe arrivato in orario.

Il treno entrò in stazione alle 20.41 come annunciato dalla voce metallica che elencava provenienza e destinazione. Giorgio si sedette al posto assegnato, 36C, aprì il tavolino per posare la sua borsa a tracolla da cui tirò fuori Lo Hobbit Annotato, un regalo della figlia Margherita per il suo compleanno.

Lesse la citazione di Orazio e saltò subito al primo capitolo introdotto con Rune.

Spostò l’orecchia della pagina, “Questa è una storia di tanto tempo fa…”

Tolkien si era lanciato in una descrizione dettagliata della parola dwarf, avvertendo i lettori che nella sua storia ci sarebbero state le due versioni al plurale, dwarfs e dwarves. E che avrebbe usato dwarves solo per la famiglia di origine di Thorin Scudo di Quercia.

“E chi cazzo è?”- pensò tra sé e sé.

Orc invece non è inglese…i punti cardinali sono in caratteri runici e nelle mappe dei nani “L’Est è in alto, per cui si leggono in senso orario.”

Questi nani erano complicati da subito. Appoggiò il libro sul tavolino, prese il telefonino, scorse la rubrica, trovò il numero di Mirta e alle 21.18 digitò “Come stai, amore?”-

Nessuna risposta.

Scese dal treno e si diresse al binario est per prendere la coincidenza per Parma delle 21.33. Ancora un’ora di tempo, e dopo Castelfranco Emilia, Modena, Reggio Emilia, avrebbe potuto riabbracciare finalmente la sua famiglia.

6

Ogni volta che arrivava a Parma, provava una strana malinconia, non si sentiva a casa. Appena apriva bocca, partiva subito la domanda: “Ma lei non è di Parma, vero?”

E lui, tutte le volte, sprovvisto della erre moscia tipica del posto, doveva ammettere che non lo era, quasi fosse una resa.

La ristrutturazione della stazione di Oriol Bohigas le aveva dato un’area più metropolitana ma di fatto, appena sentiva l’accento emiliano, tutto tornava come prima.

All’uscita dall’altra parte della strada la moglie ondeggiò il braccio per salutarlo.

Salito in macchina, le schioccò un bacio sulle labbra, Ada mise in moto la macchina e aggiunse:

“Ti vedo un po’ sciupato, tutto bene?”

“Sono semplicemente stanco, Ada, ho avuto una settimana pesante.”

“Sapessi io! Vuoi che ti aggiorni su cosa hanno combinato le tue figlie?”

“Ah partiamo subito con le magagne, sono pronto, vai!”

“Allora Kettie – ogni volta che pronunciava quel nome, si incazzava – avevano discusso fino alla nausea per la scelta del nome e ormai anche se la piccola aveva undici anni, lui continuava a chiamarla Cettina – si è messa a suonare l’ukulele e non vuole più andare a scuola!”

“Ma stai scherzando vero?”

“Magari…ha detto che vuole iscriversi alla scuola di Oristano, in Puglia! Follia, pure follia!”

“Fuori da ogni discussione, poi?”

“Margherita si è innamorata di un soldato americano con cui chatta e vuole andare a vivere a Vicenza.”

“Ma tu mi vuoi ammazzare stasera! E chi cazzo è?”

“E chi l’ha mai visto! Mi ha bannato da tutti i social network. A proposito, se ricevi una richiesta da Strawberry82 sono io!”

“No ma qui siamo alla follia! Io ora faccio un cazziatone a tutte e due!”

“Non ci sono.”

“Come non ci sono?”

“Kettie è dalla nonna, e Margherita è andata a dormire a casa della sua amica Giovanna.”

“No ma io dico, ma tu sei pazza! Siamo in pandemia, e tu le mandi in giro?”

“Non le mando in giro, una è dalla nonna, e l’altra è dall’amica. Punto.”

Ada rimase in silenzio fino a quando entrò nel garage del palazzo in via Carducci, poi aggiunse:

“Stasera dormi in sala.”

TO BE CONTINUED…

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