Gli impostori #5

7.

Ogni volta che tornava a casa per il weekend, la tanto desiderata accoglienza si trasformava in litigio, Giorgio aveva smesso di controbattere, la brutta atmosfera sarebbe durata fino al sabato mattina, ormai era diventato il loro modo di riassettare un equilibrio perso da anni, da quando lui aveva deciso di trasferirsi in un’altra città.

La routine dei rimproveri sarebbe stata la stessa: “sei un bugiardo, un egoista, hai una famiglia qui di cui te ne freghi, le tue figlie stanno crescendo e tu neanche te ne accorgi, e a me ci pensi?…” E sempre nello stesso ordine.

All’inizio tentava di replicare, adducendo la scusa del lavoro, ma poi aveva capito che il “lavoro” era proprio la causa principale dei litigi senza fine.

Ada non aveva mai accettato la sua scelta di trasferirsi a Firenze, aveva un buon lavoro a Parma, che bisogno c’era di andare ad aprire un altro negozio?

Giorgio sosteneva che doveva “diversificare” le sue attività, anche se in realtà si era appigliato a quell’offerta come un ultimo treno da prendere al volo per non morire di malinconia.

Ada aveva incassato il colpo con nonchalance ma di fatto non aveva mai perdonato il suo allontanamento, l’ennesimo tradimento di tutta una serie di aspettative che aveva riposto sul loro matrimonio, dopo che si erano conosciuti e innamorati in un centro di supporto psicologico, dove si faceva terapia di gruppo.

Giorgio notò una donna magrissima dagli occhi grigi, talmente sofferente che non c’era bisogno nemmeno di comunicarlo.

Dopo un paio di mercoledì in silenzio a fissare le confessioni di assoluti estranei, si lanciarono uno sguardo di intesa e da allora avevano cominciato a frequentarsi.

Dopo due mesi, Giorgio già viveva a casa di Ada, all’epoca lavorava come cassiere in una banca commerciale.

Quali fossero le vere ragioni della fine delle precedenti relazioni, rimaneva un segreto per entrambi.

Sarebbe stato troppo doloroso scavare dentro le loro reciproche manchevolezze. E forse grazie a quelle stesse reiterate manchevolezze, avevano cominciato ad allontanarsi sempre di più, ognuno dei due chiuso nel proprio mondo di finzioni e costrizioni.

Ada lavorava come anestesista in un ospedale. Aveva dei turni massacranti, oltre ai suoi pazienti, non aveva tempo per nient’altro che la sua famiglia. Nessun altro svago.

Giorgio invece aveva fatto dello svago un’arte, da sempre fuggiva da tutti. A forza di mentire non sapeva nemmeno più chi fosse, dietro l’alibi del presunto lavoro in un’altra città nascondeva altro.

A Firenze viveva come uno scapolo, a Parma tornava a essere il marito spento di sempre, sovrappeso, pedante, rompiscatole, cucinava tutto il weekend piatti che nessuno apprezzava, con la mania della tradizione, e la presunzione di essere diventato un esperto di cucina.

Da un paio di mesi si era fissato con la torta di Maria Luigia – e nonostante le figlie gli avessero detto apertamente che non volevano ingrassare – Giorgio era convinto di fare lo zabaione meglio del pasticcere sotto casa, perché lui seguiva la ricetta tradizionale dell’Artusi con sei rossi d’uovo, usando rigorosamente vino di Madera.

Tra bolliti, ripieni e torte, il weekend non lasciava spazio per altro, la solita passeggiata fino al Duomo, una sosta in piazza Garibaldi e poi avrebbe ripreso il treno per Firenze delle 19.54 che lo avrebbe portato a casa alle 21.35 dove iniziava una seconda vita.

Anche per quella domenica, Ada lo lasciò davanti alla stazione con le lacrime agli occhi, Giorgio prendendole il viso tra le mani, le sussurrò: “Amore, torno presto, ti amo.”

“Chiamami quando arrivi.”

“Certo, tesoro!”

8.

Una volta salito in treno, impostò il telefonino sull’altro numero e cominciò a controllare i messaggi.

Erano quasi tutti insulti per le sue assenze ingiustificate da parte di alcune ragazze giovanissime che frequentava online e offline.

Dopo tante menzogne, si stupiva ancora di quanto a lungo fosse stato capace di tenere in piedi tutte quelle storie. A casa a Parma, nessuno lo prendeva in considerazione, online invece era il classico assatanato da strapazzo, a forza di pescare nel mucchio, qualcosa arrivava sempre.

Scrisse un whatsapp all’unica che non gli aveva risposto: Mirta.

“Ti penso. Ho voglia di vederti.”

Riprese il libro sugli Hobbit e si mise a leggere della strana vita di quelle creature che vivevano in buche sotterranee. Le case degli Hobbit avevano finestre solo sul lato sinistro, amavano ricevere ospiti.

L’idea lo fece sorridere.

Tolkien era stato introdotto all’arte del racconto dalla madre che ogni sera prima di andare a letto gli leggeva racconti fantastici. La morte prematura della madre, che aveva creduto nel suo talento fin da piccolo, lo aveva spinto a sviluppare ulteriormente l’interesse letterario al punto da inventare persino lingue nuove.

I miracoli della letteratura, “il mondo è una serie di tenere imprecisioni”, come aveva ragione Borges!

E lui che infanzia aveva avuto?

Sua madre Agata era ormai morta da vent’anni, malata di demenza senile, non si erano mai parlati più di tanto.

Due mondi non comunicanti.

Rimproveri e silenzi. Troppi.

Ritornò con la mente alla sua casa da bambino, vicino a una pineta. Era lì che andava a giocare con il fratello più piccolo.

Enrico lo aveva sempre seguito, ovunque andasse, era al suo fianco, tutto quello che diceva per lui era la Verità. Tutto sarebbe stato più duro senza di lui.

Da grandi si erano persi di vista, Enrico viveva a Pistoia con la moglie e il figlio adolescente.

Digitò il suo numero.

Segreteria telefonica. Castrato anche quell’attimo di tenerezza, si mise ad ascoltare i Caravan, In the land of Grey and Pink.

Lì sì che era finalmente a casa.

TO BE CONTINUED…

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